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| Agnone |  |

| Provincia |
IS |
| C.A.P. |
86081 |
| Altezza s.l.m. |
850 |
| Superficie kmq |
99 |
| Abitanti |
6180 |
| Santo Patrono |
San Cristanziano |
| Festa del Patrono |
13 maggio |

| Telefono Municipio |
+39 0865.7231 |
| Telefono Carabinieri |
+39 0865.78217/206 |
| Telefono Guardia medica |
+39 0865.7221 |
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| LA STORIA |
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Le notizie su Agnone sono tratte da: http://www.comune.agnone.is.it/
L’analisi della morfologia del luogo più che le labili testimonianze edilizie ci fanno supporre la collocazione dell’insediamento longobardo nei pressi della chiesa di S. Marco; se le successive fasi di espansione dell’abitato hanno progressivamente esteso l’agglomerato abitativo questa zona conserverà sempre le funzioni direzionali perché qui è probabilmente ubicato sia il castello che evolverà in palazzo baronale sia la chiesa madre, S. Marco, cioè le sedi dei due poteri, quello militare e quello ecclesiastico.
A differenza di altri centri, però, è problematica l’individuazione di un nucleo sovraordinato dell’intero impianto urbano, quasi a sottolineare l’assenza nella storia delle città di una gerarchia istituzionale di tipo feudale.
Al di la della parentesi "comunale", con il conferimento del titolo di città regia nel 1404, conclusa la rifeudalizzazione spagnola, il centro altomolisano si differenzia dai paesi contermini per il notevole sviluppo delle attività artigianali (da quando nel 1139 giunsero artigiani al seguito di Landolfo Borrello, della famosa famiglia feudale di Pietrabbondante, che aveva prestato servizio presso il Doge di Venezia). La lettura della conformazione urbanistica ci consente di individuare diverse fasi di crescita che inglobano di volta in volta sobborghi sorti fuori le mura.
Il nucleo originario doveva contenere ai tre vertici di un ideale triangolo le tre chiese di S. Marco, S. Nicola, e S. Pietro Apostolo, databili tra il X e l’XI secolo, le ultime due collocate presso le uniche due porte urbane della murazione normanna sveva, della quale si individuano alcune torri, pervenuteci, la porta di S. Nicola ad oriente ed a occidente la porta Semiurna(foto) o porta Napoli. Dal XVII secolo, nei pressi delle chiese di S. Emidio e di S. Antonio Abate e lungo la direttrice dell’odierno corso Vittorio Emanuele, si sviluppa un borgo artigianale (nel 1753 si contano ben 10 fonderie che riforniscono 14 botteghe di ramaio).
La città storica contiene numerosi motivi di richiamo per il visitatore attento che vanno dalle chiese (vedi voce Chiese) ai palazzi nobiliari (casa Nuonno sec. XIV, casa Paoloantonio sec. XVII, casa Apollonio sec. XV, casa Bonanni sec. XV. casa Santangelo sec. XVI), alla struttura urbanistica (gli isolati costituiti da una cortina edilizia continua che racchiude al proprio interno orti e giardini), alla tipologia edilizia (la distribuzione planimetrica su 2 piani determinata dal lotto definito gotico cioè stretto e lungo, di tipo modulare), alla fitta presenza di elementi lapidei quali portali, cornici, medaglioni, ma anche episodi eccezionali come i leoni rampanti reggiscudo(foto) in aggetto, le formelle inserite nella muratura, i balconcini angolari, gli ingressi alle botteghe cosiddetti alla veneziana(foto), ed alcuni luoghi come la ripa dalla quale si vede un ampio panorama, la piazza del Plebiscito, già piazza del Tomolo, nella quale confluiscono numerosi assi vìari. Vi sono resti archeologici in località Civitelle e in contrada S. Lorenzo (un cenobio benedettino).
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| L'ARCHITETTURA |
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Nell'esame della produzione pittorica dobbiamo tener conto sia dell'attività di artisti locali come gli agnonesi Pietro Pelle (XVIII secolo) autore di due grandi tele col Ritrovamento della Croce conservate nella chiesa di S. Croce di Agnone; Giuseppe d'Apollonio operoso nella chiesa di S.Biase di Agnone e Francesco Palumbo che nel 1793 eseguì tele ed affreschi per il S. Antonio Abate sia di pittori forestieri attivi nella decorazione delle chiese locali come Paolo Gamba, il più celebre, di Ripabottoni (1712-1782) della scuola del Solimena che realizzò affreschi sulle volte del S. Francesco di Agnone nel 1771 (altri affreschi sono opera del coevo F. Borsillo di Larino) e una tela raffigurante la Strage degli Innocenti per la chiesa di S. Croce di Agnone.
Il repertorio delle statue processionali (realizzate sia in legno che in tecnica mista) presenti in ogni paese non esaurisce il campo delle opere scultoree:
nel XVI II sec. sono riferite allo scultore napoletano Giacomo Colombo numerose statue, tra cui alcune conservate in chiese dell'Alto Molise, mentre nella seconda metà dell'Ottocento è attivo Emilio Labbate di Carovilli. Nell'esame della scultura un caso a sé è costituito dalla chiesa di S.Emidio di Agnone dove insieme all'eccezionale, sia per l'unicità sia per l'imponenza, gruppo statutario in legno dell'Ultima Cena opera di Cocucci(foto), scultore del luogo vissuto nel seicento (collocato nel coro e composto il giorno del giovedì santo nella navata), ci sono alcune opere della toscana A. Duprè (Cristo deposto compianto dalla Madre (foto)eseguito intorno al 1880 ed un gruppo del battesimo (1890) e del padre Giovanni busto marmoreo di Dante Alighieri) che inseriscono una nota diversa, purista, nel mondo delle arti figurative locali.
Le Chiese
Per il centro storico di Agnone, fitto di importanti edifici religiosi, l’elencazione è più minuziosa e la esposizione segue un criterio, per quanto possibile, cronologico. La chiesa di S. Marco(foto), edificata nel 1144, presenta in facciata un portale lapideo, mentre l’arredo è costituito da altari barocchi con intarsi in legno, statue anch’esse lignee del XV e XVI secolo ed un importante estensori o d’argento dorato. La chiesa di S. Nicola che nel corso del XVIII secolo ha acquistato una pianta trapezoidale è affiancata da un campanile con la cuspide maiolicata che risale al X-VI secolo; una parete della chiesa ospita una pregevole opera del XVII secolo: una tela raffigurante la Pietà. Gli altari in legno seicenteschi sono gli oggetti più considerevoli conservati nella chiesa di S. Pietro Apostolo. In età sveva vanno datate le chiese di S. Biase e di S. Amico, quest’ultima ristrutturata nel XIX secolo. Le chiese di S. Emidio e di S. Pietro a Maiella edificate fuori della cerchia muraria hanno, ambedue, facciate notevoli: l’una con portale ad ogiva strombato, con tilemi del gotico fiorito, e sovrapposto rosone, l’altra, di fattura tardo barocca, con il prospetto in pietra squadrata a vista.S. Emidio è un autentico scrigno che racchiude preziose opere scultoree come il gruppo delle 13 statue in legno che raffigurano Gesù tra gli Apostoli, opera di un artista locale attivo nel XVII secolo, come le statue realizzate da Amalia e Giovanni Duprè.Ci soccorre nella datazione (anno 1343) della chiesa di S. Francesco, annessa ad un complesso conventuale, una lapide: la chiesa fu modificata nel 1732 e questa statifìcazione edilizia è leggibile nell’impianto architettonico. In facciata si distinguono, per la diversa tessitura lapidea, due successive fasi edilizie: la chiesa originaria è a blocchi squadrati con fronte orizzontale, mentre con l’ampliamento posteriore si include questa facciata in un prospetto più ampio che ha la copertura con andamento a capanna. Interessanti sono il rosone con il sottostante portale ad ogiva della chiesa e il portale rococò dell’ingresso al monastero che una iscrizione in loco rivela essere del 1769. La navata si conclude con una cupola racchiusa all’esterno con un tiburio; sono notevoli il sistema di volte affrescate(foto), gli altari ed alcune sculture lignee del XIV e XV secolo. Altre chiese di matrice conventuale sono quella di S. Chiara risalente al XV secolo nella quale una gelosia, un graticolato, separa le monache di clausura dal resto della comunità dei fedeli e la chiesa dell’Annunziata che fa da sfondo, come una quinta scenica, alla prospettiva del Corso Vittorio Emanuele e sulla cui facciata laterale sono murate alcune formelle in pietra.Prossima a quest’ultima chiesa è la SS. Trinità nella quale elemento di arredo di interesse artistico è il coro. La chiesa di S.antonio Abate, dal fronte orizzontale in cui sono allineati portale gotico e finestra tardo barocca, contiene nel suo interno altari, argenti e dipinti del Vili secolo; sicuramente, però, l’elemento più importante è il campanile a 3 ordini settecentesco.
"Uno dei documenti più significativi della dimensione sacrale degli Osci nell'area dell'alto Molise, la più modesta e segreta regione d'Italia, venne scoperto in uno scavo occasionale del marzo 1848 da un contadino, presso la fonte del Romito a Capracotta il paese più elevato del Mezzogiorno. L'episodio ebbe altissimo valore archeologico e risonanza internazionale fino a scomodare Teodoro Mommsen che si recò ad Agnone, per accostarsi alla preziosa placca denominata "Tabula Anglonensis " eccezionale reliquia della civiltà osca della metà del III secolo a.C..
Dal V secolo prima di Cristo il Molise era abitato da popolazioni semplici e rudi di lingua osca, dediti all'intensa coltivazione della terra e alla pastorizia, animati da profonda religiosità verso misteriose presenze superiori e il reperto epigrafico contiene, come ebbe a scrivere Amedeo Maiuri: "l'inventario dei loro dei come una litania sacra nella quale sembra di poter cogliere risonanze ancora vive nei nomi di luoghi, di boschi". Nella lunga registrazione di numi italici la preferenza spetta a Cerere veneratissima per il carattere, nell'ambiente ad economia in prevalenza agricola, spesso con l'attributo di "vendicatrice" e le si univa Giove il fulminatore.
Dalla piastra risulta che ricevevano culto Ercole e altri geni più o meno connessi a Cerere, oltre a deità ambarvali mattutine, floreali e fecondanti che popolavano l'Olimpo della stirpe osca.
Con tutta probabilità, non lontano dal luogo di ritrovamento della lastra di bronzo sorgeva, nelle vicinanze dello impennato monte S. Nicola, un recinto riservato al culto "cererio " con una serie di aree dedicate a divinità della generazione, delle fonti, delle acque dinanzi alle quali sostava la raccolta di persone partecipi a un corteo durante il rito che voleva implorare, sotto l'ululare del vento e l'asprezza del gelo in un paesaggio aspro e selvaggio, propiziazioni sugli armenti e sui raccolti.
La suggestione del mistero che avvolse la piastra fu illuminata dalla prima lettura del medico appassionato di archeologia Francesco Saverio Cremonese resa nota nell'ottobre 1848. Gli specialisti Mommsen, Svetaieff, Huschke, Blucher, Nissen, Schwyzer, Rabasté, Enderis, Moratti, Fabretti, Pullé, Devoto e altri si dedicarono con serietà di ricerca a strappare il segreto del reperto che li ha costretti per difficoltà di interpretazione a pareri discordanti nell'unica concordia di riconoscerne tutti il prevalente carattere liturgico.
... Il cimelio, purtroppo dal 1873 emigrato e conservato nel British Museum di Londra inciso nelle due facciate a bulino in nitido alfabeto nazionale con 25 righe sulla faccia A e 23 su quella B, privo di elementi ornamentali, dà l'idea di una regione corroborata, pur nella congenita povertà, da particolari condizioni di una civiltà contadina sobria e operosa, non retrograda, impregnata di sacralità. Il manufatto non fu certamente introdotto ed elaborato da estranei ma sta a indicare in questa zona d'insediamento umano la consapevole presenza di un artigiano indigeno, popolaresco e umile, che non aveva altra ambizione oltre quella dell'uomo stretto al culto avito. In seguito questi luoghi divennero noti per la fusione e la lavorazione dei metalli, che si perpetua egregiamente ancora oggi".
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| LE TRADIZIONI |
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La ricca gastronomia agnonese, offre piatti salati e dolci di indubbia genuinità.
Tra essi eccelle la Zuppa alla santé(foto), piatto del Natale e dei matrimoni.
Gli ingredienti per prepararla sono: brodo di gallina ruspante, pane bagnato all'uovo e tostato sulla brace, polpettine di formaggio e uova, fritte in olio di oliva, pezzettini di caciocavallo stagionato e interiora di gallina lesse finemente tagliate (le ndriulétte). Una volta predisposto il tutto, si colloca in una zuppiera e ci si versa il brodo ben caldo.
Altre due delizie sono le ostie e le pizzelle(foto), dolci di tradizione antichissima.
Per fare le ostie, bisogna preparare prima una pastella, cioè farina di grano sciolta con acqua ed un cucchiaio di olio di oliva; girarla sempre, fino a quando non si amalgama; prendere l'apposito ferro, unto con cotica di maiale o olio d'oliva, in precedenza fatto riscaldare sui carboni accesi, versarci un cucchiaio di pastella e chiudere, far cuocere per qualche minuto, girare, e la coppa è pronta. Vi si ritaglia la pasta uscita fuori (re rcipècce), poi si poggia su un tavolo e ci si mette un peso sopra, per evitare che fa la gobba. Per riempire le coppe, bisogna preparare l'impasto (la mbràisa). Un dolce miscuglio di miele, mandorle, noci, zucchero e cacao, ma, visto che la ricetta varia di casa in casa, si possono aggiungere a piacimento: cioccolato, mosto cotto, liquore dolce, caffè, vaniglia ed essenze di limone.
Per predisporre il miscuglio: si versano in una pentola miele, cacao e zucchero, si fanno bollire per circa trenta minuti, fino a quando si ottiene un liquido scorrevole, si aggiungono le mandorle e le noci, poi si gira l'impasto finché non è ben amalgamato. La dolce bontà sarà spalmata fra una coppa e l'altra; una volta pronta, l'ostia viene poggiata su un tavolo con un peso, che comprimendola gli dona la forma e l'aspetto desiderati.
Molto più semplice è la preparazione delle pizzelle (le pezzélle), dove le quantità per gli ingredienti vanno un pò a piacere. La pasta si prepara con farina di grano, uova, zucchero, bucce di arance o limone grattugiate e a piacimento semi aromatici di anice. Successivamente, tagliata a pezzetti lunghi circa 10 cm vengono ordinati uno alla volta nell'apposito ferro rettangolare posto sui carboni ardenti. Poco dopo la pezzélla è pronta per essere mangiata. Gli utensili per cuocere ostie e pizzelle sono molto particolari. Denominato ferro, è rotondo, quello per fare le ostie, rettangolare quello per le pizzelle. 1 ferri, sono opera dei bravissimi artigiani agnonesi. All'interno recano decori e incisioni, nonché le iniziali di nome e cognome del proprietario e l'anno di costruzione, simboli che si possono ammirare sul dolce quando è pronto.
Una menzione a parte e di rilievo meritano i fragranti confetti ricci, le campane e le tine di cioccolato, le zeppole di San Giuseppe, i taralli, il panettone, il sanguinaccio e la pasticceria più varia e sfiziosa prodotta dai fornai di Agnone.
E per chi non ama il dolce ci sono ottimi latticini: dai caciocavalli alle scamorze, dalle ricotte alle trecce, tutti di produzione artigianale.
Inoltre sagne a taccune, sagne e fagioli, nodi di trippa, cazzemarre (magliatello), soppressati.
Negli ultimi anni una nuova risorsa si sta affacciando: il tartufo, sia per l’economia che per la gastronomia dell’Alto Molise. Si raccolgono tartufi bianchi pregiati e lo scorzone estivo.
Velocemente si sta recuperando una cultura specifica nel settore della raccolta, della commercializzazione e dell’utilizzo nella tradizione culinaria.
Le campane di Agnone
Per entrare nello spirito di questo secolare lavoro artigianale bisogna conoscere tutte le fasi di lavorazione che portano alla nascita di una campana.
Oggi si usano le stesse tecniche dei maestri del Medioevo e del Rinascimento, tecniche che richiedono un lavoro attento e paziente.
L'arte delle campane, infatti, non è semplice: spessore, peso, diametro, altezza sono i fattori determinanti per la buona riuscita delle campane e della loro voce.
Riportiamo alcune note sulle diverse fasi della fabbricazione di una campana:
1) Innanzitutto si costruisce, con la guida di una sagoma di legno, una struttura in mattoni che corrisponde esattamente all'interno della campana, l'anima, di forma tronco conica.
2) Sull'anima si sovrappongono strati di argilla fino a formare lo spessore voluto. L'argilla usata è di una qualità speciale in quanto deve resistere all'azíone erosiva del metallo liquido durante la colata.
Sulla superficie levigata ottenuta con la sagoma si applicano in cera tutti i fregi, le iscrizioni, gli stemmi e le figure che decoreranno la falsa campana(foto).
3) L'ultíma fase di formatura consiste nel preparare il mantello che si ottiene sovrapponendo strati successivi di argilla. L'argilla viene applicata a pennello in strati sottili e uniformi lasciando essiccare tra un'applicazione e l'altra.
L'essiccazione si ottiene mediante carboni accesi, sistemati all'interno dell'anima di mattoni, che vi rimangono fino all'approntamento del mantello.
Durante questa fase di essiccazione lo strato di cera si scioglie lentamente e viene assorbito completamente dall'argílla (procedimento a cera persa).
Terminata la formatura, il "mantello" si solleva e la "falsa campana" viene distrutta fino a liberare l'"anima".
Nel mantello sono naturalmente rimaste impresse le iscrizioni, i fregi e le immagini in negativo.
Si rícolloca poi il mantello sull'anima facendo rimanere libero lo spazio prima occupato dalla falsa campana e che verrà riempito dal metallo liquido durante la colata.
4) La fossa dove vengono calate le forme viene completamente riempita di terra, in modo da evitare lo spostamento del mantello, causato dalla spinta metallostatica. Si procede così alla realizzazione della campana colando il bronzo (78 parti di rame e 22 di stagno), a 1150'C nello spazio libero tra mantello e anima(foto).
Per la fusione della lega si usano forni a riverbero costruiti con mattoni refrattari; il combustibile adottato è in legno di rovere secca, come centinaia di anni fa, questo per evitare la contaminazione del metallo fuso da parte dei gas, che si sprigionerebbero impiegando altri combustibili.
Il ciclo di lavorazione di una campana varia da trenta a novanta giorni ed anche più. La fase di formatura è la più delicata al fine della riuscita delle campane; la variazione del timbro e la possibilità di dotarle di una nota fissa così da poter formare dei concerti sono dovute a speciali accorgimenti.
5) Dopo il raffreddamento, la campana grezza viene liberata del mantello e dell'anima e delle sbavature della colata, infine viene lucidata con spazzole e bulini. Si collauda il suono rilevandone la tonalità con diapason e apparecchi speciali.
In altri reparti la campana viene completata dal battaglio, costruito proporzionalmente al suo peso; viene dotata di armature meccaniche e poi di impianti elettronici per il suono automatico.
Le corone o maniglie, sostegno delle campane, vengono lavorate col medesimo procedimento a "cera persa" e faranno corpo unico col mantello durante le fasi preparatorie.
Dopo mesi di lavoro, ecco una voce che è sempre il risultato di un'opera paziente e di un'esperienza di secoli.
Quando si assiste alla colata, che è il momento più affascinante di tutte le fasi di lavorazione, ci si sente pervasi da un'emozione particolare, si respira un'atmosfera magica, quasi religiosa: il crepitio delle fiamme, il fumo, il colore del bronzo incandescente, le invocazioni alla Madonna fanno vivere delle sensazioni irripetibili.
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